Normalmente si fa l’otto dicembre ma non è escluso che si possa fare un po’ prima o un po’ dopo. Conosco persone che lo fanno il ventitre. Roba da pazzi: è come quando ci si scaraventa nella prima Feltrinelli disponibile per fare incetta di quei terribili libri-calendari con foto di pulcini e gattini appena nati (per non parlare di quegli orrendi bambini paffuti e rubicondi!): nessuno avrebbe mai il coraggio di dire qualcosa di male di un libro del genere – sono libri infidi e bastardi proprio per questo – ma, diciamocelo, è la più palese manifestazione di noncuranza e molesta imposizione di un proprio (dubbio) gusto! Tutte queste parole per dire che ho sempre ritenuto l’albero di natale “messo su” qualche attimo prima della vigilia il frutto di una diligenza un po’ perversa alla stregua di un libro comprato ‘a cazzo’ qualche attimo prima di regalarlo in nome di quella creanza molto borghese che ci fa credere più discutibile il presentarsi a mani vuote che il presentarsi con un simile dono.
L’albero di Natale è generalmente finto. E questo non per quel misterioso rigurgito di sottomesso rispetto che sale a galla nel periodo natalizio ma, piuttosto, perché chi ha sperimentato (come me) l’albero brutalmente sradicato dalle madre terra ha trovato oltremodo patetico e triste, il giorno di santo Stefano, vedere tenebrosamente reificato in un simbolo rinsecchito quel senso di terribile inappropriatezza che con fatica i più cercano di tenere nascosto.
La cosa più brutta dell’albero è fare l’albero. Dalle mie parti, per lo meno, è una gran rottura di coglioni che porta da sempre con se imbarazzanti tentativi di coinvolgimento in un gioco in cui a soccombere è il più debole: i più risoluti e resistenti cercano, nei giorni subito precedenti, di captare i segni inconfondibili dell’inizio delle operazioni di assemblaggio e decoro al solo fine di volatilizzarsi senza destare troppi sospetti. I più banali, invece, aspettano che le attività abbiano inizio per denunciare lancinanti mal di pancia o l’esigenza impellente di rinchiudersi in un gabinetto. Ma anche coloro che per tradizione non dimostrano una particolare prontezza riescono spesso a farla franca dimostrando una creatività sfrontata: « facciamo un mucchietto di palline ai piedi dell’albero! » oppure « lanciamo le palline verso l’albero e facciamo fare al caso ».
Lo devo dire: l’albero di natale che troneggia nella stanza accanto mi suscita un senso di fastidioso tedio. L’albero – simbolo incontrastato delle festività natalizie – quest’anno non è stato altro che un inutile orpello: se non fosse stato per il mio irrimediabile senso del dovere giuro che lo avrei già smontato da un pezzo.