È come una gabbia: si vede che gli uccelli all'esterno cercano disperatamente di entrare, e che altrettanto disperatamente quelli all'interno cercano di uscire.
25 novembre 2009
18 novembre 2009
La posta dell'offeso.
Cercherò di sintetizzare le molte prevedibili domande del tipo «chi è l’offeso?» «perché offeso?» «chi se ne fotte?» dicendo solo che il titolo è da ricondurre alla decisione di rispondere pubblicamente e senza troppi peli sulla lingua alle mail più bizzarre che inspiegabilmente mi capita di ricevere da qualche anno a questa parte e, in generale, di organizzare (anche grazie al vostro aiuto) una raccolta dei quesiti più interessanti scovati in rete.
L’offeso, si sa, è soggetto particolarmente disposto a rispondere sinceramente e non perché sia incapace di mentire, si badi: in realtà è tutta una questione di scazzo. Prima di aprire la mail-box cercherò, quindi, di pensare a tutti i drammi della mia esistenza (e del mondo in generale) così da rendere l’approccio ai quesiti quanto più sgradevole sarà possibile.
Caro offeso,
negli ultimi tempi riesco a stento a trattenere il nervosismo. Me ne esco spesso con gesti strani e scatti di ira improvvisi: l’altra sera, ad esempio, ho provato l’impulso di far del male al mio coinquilino con un ombrello e per evitare di commettere un reato mi sono limitato a buttargli una giacca in faccia. Cosa devo fare?
Passaggio obbligato per un’esistenza consapevole è il capire che il pianeta è abitato da almeno un sessanta per cento di gente totalmente folle. Ma, si badi, la follia che affligge il mondo non è quella di chi si lancia da un ponte attaccato ad una corda o quella del buontempone che preme tutti i pulsanti del citofono o, ancora, quella di chi ha il brutto vizio di lanciare profilattici pieni d’acqua dal balcone. Io parlo di quello squilibrio mentale, decisamente meno frizzante, che pervade le menti della giovane e agiata borghesia metropolitana: una upper class che associa ad una scarsezza di problemi ‘materiali’ una problematicità spirituale talmente profonda e radicata da rendere a tratti invidiabile la condizione mentale di un clochard.
Da una simile condizione esistenziale non si esce e questo credo sia meglio saperlo prima di scoprirlo. Ma se è vero che di questa follia non si muore è anche vero che da questa follia bisogna guardarsi bene perché le strade sono due e solamente due: o si canalizza questa irrequietezza in un’attività produttiva in grado di diventare brillante sfogo oppure si finisce con l’essere trasportati dal maremoto di una pazzia senza speranza.
Brandire un ombrello a mo di spada e dirigersi con occhi sbarrati verso il coinquilino che probabilmente tenta a sua volta, e non senza difficoltà, di reprimere il proprio stato psicologicamente provato o gettargli una giacca appallottolata sulla faccia per il solo fatto che si sta facendo beatamente i fatti suoi, per esempio, è ciò che io definirei il segno di una follia che è sfuggita decisamente di mano.
Cosa consigliare, dunque, all’amico L. che mi scrive da Napoli e che mi confessa di essere completamente fuori di testa? Il contegno. Più di una vita è stata formalmente salvata dal contegno. Le signorine di altri tempi ingollavano, prima di ogni festicciuola, un paio di uova sode – rigorosamente intere – al solo scopo di poter, davanti ad una lauto pasto, avere la forza mentale di distribuire mossette e inappetenti boccucce a cuoricino e fingere una natura celestiale. Eppure, ora come allora, si sa che non esistono esseri viventi in grado di cagare saponette: siamo tutti, chi più, chi meno, afflitti da un qualche problema inutile e basta semplicemente guardarsi intorno per capire che la maggior parte delle persone riesce a vivere un vita serena, addirittura a sposarsi e a procreare, solo ed elusivamente perché qualcuno, o la vita, gli ha insegnato la segreta arte del contegno. 17 novembre 2009
'Uno straniero che si fida della mia compagnia'
L’assenza da questo spazio non è dipesa tanto dalla mancanza prolungata di una connessione internet nella casa in cui mi sono trasferito né dal tempo richiesto per renderla più confortevole e vicina alla mia idea di abitabilità quanto, piuttosto, dall’esigenza di riflettere sull’opportunità di abbandonare anche questi due o tre vani con affaccio sulla blogosfera che ho iniziato a costruire, pixel dopo pixel, circa cinque anni fa quando, finita la scuola, e pronto ad iniziare l’università rimasi affascinato da questa specie di siti che siti non sono e di cui, ad oggi, non credo di aver colto ancora i tratti distintivi. Qualunque cosa voglia dire la parola ‘blog’ la verità è che non me ne sono ancora del tutto stancato e quindi potete finalmente smettere di svacantare nei vostri gabinetti i secchi stracolmi delle lacrime versate in questi mesi.
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