Ultim'ora

Tremate, tremate, le streghe son tornate.

La pita souvlaki di ieri sera mi ha reso un essere inavvicinabile e cattivo.
Al mio passaggio si spengono i sorrisi e si accendono i capelli.

Cazzo, ci sono cascato di nuovo.

Luì Vittòn.

Si sa che la Louis Vuitton quanto a testimonial non bada a spese: scatti d’autore di personaggi più che noti. Ma la crisi (crisi? Quale crisi?) non perdona. Si sa. Per abbattere i costi di produzione proporrei una campagna chip&chic – forse solo chip – che però ha il pregio di scendere in piazza. Se per ipotesi decidessi di farmi un giro nella sede napoletana della griffe francese, infatti, dubito che troverei Sean Connery, Madonna, Uma Thurman, Catherine Deneuve a fare la fila… molto più probabilmente verrei subito dopo il camorrista (e la gentile consorte) della foto.



Incidenti domestici

Che dire, sono stato capace di tagliarmi un dito aprendo un vasetto di yogurt.

Per oggi non aggiungerei altro.

Modernità, progresso, evoluzione tecnologica, ritorno alle origini.

Ovvero, un processo logico adatto a rappresentare il mio difficile rapporto con il ciclomotore. 
Tutto è iniziato quando ho deciso di abbandonare il vecchio e fidato cinquantino per un mezzo nuovo di zecca, ultimo ritrovato in fatto di trasporto su due ruote. L’esigenza di procedere più spedito e il desiderio di diffondere per le vie della città un’immagine di me un po’ meno precaria e sgangherata mi hanno indotto a percorrere, rigorosamente by foot, la strada del più meschino fallimento. Galeotta fu la vanità… e la batteria!
Il principio in base al quale una cosa deve essere sostituta solo quando irrimediabilmente rotta assurge a verità assoluta, a massima di vita, a Verbo inconfutabile e incontestabile della mia esistenza su questo pianeta.
Vi starete chiedendo: perché questo sconosciuto sta scaricando su di noi questa vagonata di drammi? Bhè, una risposta non ve la saprei dare ma il fatto è che ho appena ricevuto la chiamata del meccanico, tale Davide, che con il fare dell’amico fraterno – leggi: una buona dose di molesta confidenza – mi ha appena comunicato che dovrò spendere centottanta euro per riparare l’alimentatore della batteria. Centottanta euro che vengono dopo gli ottanta spesi due mesi fa per cambiare la batteria che vengono dopo quelli spesi nei tre mesi ancora precedenti per la stessa ragione. Avrò pure il diritto di maledire il maledibile, no?
La verità è che il mio meccanico è un autentico lestofante e io fondamentalmente lo odio. Pur di fargli mettere a frutto le sue indiscusse capacità con qualche ‘manovra’ in grado di trasformare il latrocinio in una spesa lontanamente utile, mi vedo puntualmente costretto a fargli da balia durante le operazioni di montaggio/smontaggio e, peggio, ad annuire con un lontanissimo interesse a tutte le sue stronzate. C’è un qualcosa di sadico e perverso in quell’uomo così ignorante eppure così tremendamente egocentrico.
Il vecchio motorino, invece, maltrattato come alla vigilia di Natale può essere maltrattato il vecchio pupazzo di pezza accostato ad un appena scartocciato action man (il più grande degli eroi) non ho mai avuto il coraggio di buttarlo, regalarlo, rottamarlo. Giace nel cortile del palazzo pieno di polvere, senza assicurazione e con un residuo di benzina che si ricorda la scoperta dei primi giacimenti di petrolio. Ebbene, quel catorcio incartapecorito parte al primo tocco. Parte quasi a comando vocale, cazzo. Non c’è dubbio, prima o dopo tornerò da lui.

La ripresa.

La mia agenda è già un concentrato di impegni disattesi e di speranze sfumate.
E dicono che avrò anche Saturno contro.

Un maligno calabrone

/ agitando il pungiglione / senza un valido perché / lui puntava proprio me! / ronza ronza mi minaccia / ahi di pungermi la faccia! / Ma sarebbe un’indecenza / una tale confidenza! / Uh uh uh ma che vuoi / uh uh uh fatti i fatti tuoi. [...]
Ben ritrovati.

Tra i ricordi della fanciullezza occupa un posto di tutto riguardo la malinconica nenia appena citata. La canzone, dedicata al difficile rapporto tra il calabrone e l’essere umano, è tornata alla ribalta da quando mi sono avveduto della carica attrattiva che esercito sulla famiglia dei vespidi: calabroni, api e derivati hanno intristito più di un momento lieto delle mie vacanze.
La storia del maligno calabrone, di autore ignoto, deve essere annoverata nel ciclo della chanson-trista, ovvero quel ciclo di litanie malinconiche nate praticamente dal nulla e al solo scopo di far precipitare bambini e adolescenti nel tunnel di una prematura depressione. Il motivo per cui qualcuno dovrebbe sentire il bisogno di cantare o insegnare ad un proprio figlio la storia di un calabrone particolarmente insolente non l’ho ancora colto, ma credo che le mie difficoltà dipendano dalle profondamente mutate tecniche di educazione dei bambini: ai tempi dei miei genitori i bambini seguivano un percorso di crescita costellato da proibizionismo e senso di colpa che trovava in tristi aneddoti postbellici, struggenti luoghi comuni e drammoni musicali come il maligno calabrone un infallibile lasciapassare che a tratti e indirettamente ci siamo dovuti sorbire anche noi nati negli anni Ottanta.
Destino ben diverso per i nati nel nuovo millennio: anziani nanoformi con cui i genitori ragionano. Eh sì perché dovete sapere che oggi il pacchero non si usa più: si discute, si sviscera, si analizza. Il risultato è la creazione di questi piccoli mostri arroganti che imparano a giocare a burraco prima ancora di capire il funzionamento del vasino, a disquisire di politica nazionale prima ancora di capire che la cicogna, in realtà, è solo una testa di paglia e a preoccuparsi del proprio futuro lavorativo quando il Problema dovrebbe essere quello di riuscire a non fare pipì a letto. Davvero non so che adulti ne verranno fuori. Sia chiaro: non credo di percorrere, insieme a tutti i miei coetanei, la strada della serenità mentale: tra amici e conoscenti ho imparato a capire che almeno due su tre farebbero molto bene a frequentare stabilmente uno psicologo bravo (io sono tra i due ovviamente) ma questo rapporto alla pari con i genitori mi ha sempre insospettito.
Prima o dopo, lo so già, torneremo alle tecniche educative di un tempo, agli schiaffoni, alle cinghiate e a fiabe piacevoli quanto un pugno nello stomaco come quella che segue dei fratelli Grimm.


C’erano una volta due sorelle: una non aveva figli ed era ricca, mentre l'altra aveva cinque figli, era vedova e cosi povera che non aveva neanche il pane per sfamare se stessa e i suoi bambini. Allora, in quegli stenti, andò dalla sorella e disse: 
- Io e i miei bambini patiamo la fame. Tu sei ricca, dammi un po' di pane.

Ma la riccona aveva anche il cuore di pietra e disse:

- Anch'io non ho niente in casa.

E scacciò la povera in malo modo. Dopo un po', rincasò il marito della sorella ricca e voleva tagliarsi un pezzo di pane. Ma non appena vi affondò il coltello, ne uscì sangue vermiglio. A quella vista, la donna inorridì e raccontò quel che era successo. Egli allora corse dalla vedova per darle aiuto, ma entrando nella stanza la trovò che stava pregando: teneva in braccio i due bambini più piccoli, mentre i tre più grandi giacevano a terra morti. Egli le offrì del cibo, ma ella rispose:

- Non abbiamo più bisogno di cibo terreno: Dio ne ha già saziati tre, e presto esaudirà anche le nostre preghiere.

Aveva appena pronunciato queste parole, che i due piccini resero l’ultimo respiro, e subito dopo si spezzò anche il suo cuore ed ella cadde morta.