31 dicembre 2008

L'ultimo post di un anno tendenzialmente stressante.


Ciao,
ci sei? mi ricevi?

Sì, ti ricevo forte e chiaro

Mi fa piacere. Senti stavo pensando... ci sei? ohi!

sì, ci sono

ti stavo dicendo: mo ti blocco.

ma sei folle?

ok? ciao... allora ciao!

L. si è disconnesso 15:56 L. si è connesso 15:57

ehi com'è andata? ti sei offeso?

abbastanza bene. Un po' provato ma bene.
No no, non mi sono offeso. Ti ho solo cancellato dalla mia lista amici.

peccato

vabbè dai, si chiude una porta e si apre un portone...

asp ora no

... spero che dietro il tuo portone ci sia un burrone però.

ti ho detto che ora no

ora cosa?

ora si

ma ora cosa??!

non lo so

scusa ma non posso accettare tanta pazzia in una persona sola. Ti blocco. Ciao eh!

Ti capisco. Ciao

Alberto si è disconnesso 16:10

Alberto si è connesso 16:10

ue, ti ho sbloccato.

grazie sei un vero amico. Non so che dirti...


Piccolo esempio di conversazione tra persone fortemente provate dal 2008.
Potrei concludere dicendo "ci vediamo l'anno prossimo" ma la stizza che mi procura questa battuta trita e ritrita mi consiglia di limitarmi ad un generico augurio.

A tutti gli amici blogger: non scherzate con i fuochi d'artificio ché a scrivere con il moncherino sulla tastiera sono cazzi!

23 dicembre 2008

Natale

Simbolo incontrastato delle festività natalizie. Arriva l’albero? C’è festa. L’albero viene smantellato? Le feste sono finite.
Normalmente si fa l’otto dicembre ma non è escluso che si possa fare un po’ prima o un po’ dopo. Conosco persone che lo fanno il ventitre. Roba da pazzi, dico io: è come andare ad una festa di compleanno avendo comprato all’ultimo momento il solito libro della cippa da Feltrinelli, possibilmente quaranta secondi prima di dirigerci precipitosamente alle casse. Ecco come il simbolo, disintegrandosi, si trasforma in cliché: così come ti faccio un regalo perché è buona educazione non presentarsi a mani vuote, allo stesso modo faccio l’albero perché è natale e… cazzo, ci vuole un albero!

L’albero di Natale è generalmente finto. E questo non perché siamo tutti degli ambientalisti pronti a morire per proteggere gli abeti del pianeta terra ma, piuttosto, perché chi ha sperimentato (come me) l’albero di natale brutalmente sradicato dalle madre terra ha trovato oltremodo patetico e triste, il giorno di santo Stefano, constatare di aver un cadavere in decomposizione nel salotto o sobbalzare al rumore delle palline che rovinano al suolo a causa di un ramo rinsecchito che implora di essere rinviato al creatore. Non Ikea stolti!
La cosa più brutta dell’albero è fare l’albero. Non mi tirate fuori la storia dell’allegra famigliola che si raduna intorno al fuoco per attaccare palline e festoncini perché ci credo sinceramente poco. Dalle mie parti è un gran rottura di palle e, generalmente, chi si immola tenta fino all’ultimo un coinvolgimento abbastanza pietoso degli altri insensibili coinquilini in un gioco in cui a soccombere è il più debole. I più risoluti e resistenti cercano, nei giorni caldi subito precedenti, di captare i segni inequivocabili dell’inizio delle operazioni di assemblaggio e decoro così da potersi dissolvere nell’aere senza lasciar traccia. I più banali, invece, denunciano lancinanti mal di pancia o l’esigenza impellente di rinchiudersi in un gabinetto.
In alcuni casi anche i meno pronti finiscono con il prendere contezza del pericolo e, quando ormai avviluppati in un fascio di lucine intermittenti, si divincolano nell’estremo sforzo della disperazione come la gazzella appena graffiata dal leone.

La regola d’oro di chi non fa è quella di lamentarsi, a operazioni concluse, di quanto fatto dagli altri secondo la più normale indole del fuggiasco che, assicurata la ‘pelle’, difficilmente riesce a trattenere la voglia di voltarsi per salutare o mostrare le chiappe a quelli che sono rimasti dietro le sbarre.
Le critiche vanno normalmente dallo sguaiato apprezzamento “Ua che cesso di albero” a tecniche di contestazione pacifica di silenziosa indifferenza passando per forme di pontificazione più tecniche, sicuramente le più fastidiose, del tipo: “Ma la disposizione delle luci non è proprio perfetta”, “Metterei la pigna più piccola più verso l’altro in modo da rispettare le proporzioni” e così via di seguito.

Dopo questa serie di pensieri profondi come il sentimento puro e autentico che alberga in ognuno di noi mentre acquistiamo nei negozi roba inutile strappandola dalle mani di altri accaniti contendenti credendo, purtuttavia, nell’opportunità del nostro agire, passerei a qualcosa di più concluso.
Quest’anno ho deciso che mi butterò alle spalle le falsità e le paraculaggini delle festività natalizie. Prima di tutto cercherò di acquistare regali senza far trapelare troppo il sogno di concludere la faccenda con una serie di istantanei bonifici on line.
In secondo luogo prometto di non andare a messa se non ne avrò voglia. Non c’è niente di più fasullo del buonismo di chi si accalca in chiesa in nome di una religiosità normalmente non praticata con quel classico sguardo dello schiattato in corpo che non vede l’ora di scambiarsi quelle tanto care strette di mano che segnano, salvo sgradite iniziative del prete celebrante, la fine dei giochi.
Diciamoci la verità: si va a messa per consuetudine e trovo questa cosa ributtante. Se difficilmente mi si potrà vedere in chiesa nel corso dell’anno per quale motivo dovrei immolarmi in nome di una convenzione come se si trattasse dell’obolo che si deve pagare per non bruciare tra le lingue di fuoco dell’inferno? Boccheggianti per la quantità di cose non indispensabili di cui ci si è rimpinzati e in piena fase di abbiocco ad un certo punto ci si ricorda, per puro caso, della finalità religiosa di tutto questo gran chiasso. Oddio, qualcuno forse continuerà per sempre a credere che il natale non è altro che una data convenzionale scelta dai negozianti. Come dargli torto.
In ogni caso, non mi presterò a questo sporco gioco! Vedrò di superare lo sdegno di quanto vedranno in me il superficiale consumista peccatore senza scrupoli con lo schifo uguale e contrario che dichiarerò proprio di chi ‘appizza’ il piede in chiesa una volta l’anno.

Buon natale a tutti

20 dicembre 2008

Post autoreferenziale

Scrivo questo post per ringraziare formalmente flo che mi ha insignito del premio ‘Dardos’ rivolto a tutti i blogger che hanno 'dimostrato impegno nel trasmettere un insieme di valori culturali, etici, letterari o personali'.


Il premio, sempre e comunque gradito quale forma di apprezzamento e/o amicizia, mi fa un po’ sorridere perché la blogosfera è piena di persone simpatiche ed intelligenti ma dubito che qualcuno di noi possa dirsi realmente portatore di valori etici, letterali e culturali! Anzi, colgo l’occasione per chiedere a chiunque dovesse scorgere in questo blog un esempio di uno di questi valori – uno a scelta – di darmene subito notizia con il simpaticissimo form messaggi che ho inserito qualche giorno fa e con il quale trascino la piattaforma blogspot per la tortuosa strada del progresso tracciata da wordpress (N.B. piattaforma quasi mitologica cui aderirò solo quando sarà possibile installarla stringendo i pugni, chiudendo gli occhi e pensando intensamente alla modernità).

Sempre in tema di autoreferenzialità, in questi giorni di cazzeggio mi sono ‘cercato’ un po’ su google e ho scoperto che una studentessa (sicuramente promettente) ha citato un mio post nella sua tesi di laurea in scienze politiche. Grazie Elena! Mi chiedo solo una cosa: perché non dedicarmi l’intero lavoro a questo punto?

Tornando al meme-premio sono decisamente in imbarazzo un po’ perché tutti i blogger cui passerei con piacere il testimone sono stati già premiati e un po’ perché il valore attribuito convenzionalmente a questo logo non mi permette di chiudere la cosa buttando qualche link a cazzo. Avrei piacere ad esprimere il mio gradimento per un paio di blog che ho scoperto recentemente ma anche in questi casi parlare di valori mi sembra una cosetta un po’ inappropriata!
Mi vedo quindi costretto a riservarmi la possibilità di procedere con le ‘nomination’ in un altro momento o forse mai più.

17 dicembre 2008

Giunta in stato vegetativo.

Napoli, arrestati 2 assessori Pd Indagati anche due onorevoli. La Iervolino nella bufera "Ragioneremo, poi deciderò".

Con o senza il benestare di Sacconi, credo sia opportuno staccare la spina che tiene in vita la "rosetta partenopea"! Questo è accanimento terapeutico!

13 dicembre 2008

Omosessualità nel calcio.

Non si parla di altro ormai: nella blogosfera e in televisione l’argomento più gettonato continuerà ad essere questo ancora per un po’ di tempo.
Il rischio di sfruttare fino all’osso false questioni di principio e di strumentalizzazione di un giusto ideale di uguaglianza è altissimo e ancora più alto è il rischio degli spettatori di doversi “spumpuliare” interviste improbabili a sagome nere con voci castrate.
A mio avviso una confessione in cui non si fanno nomi e cognomi, in cui non ci si assume la responsabilità di metterci la faccia non ha alcun senso: a queste condizioni vedrò di procurarmi anche io un cappuccio nero per raccontarvi del mio flirt con Sabrina Ferilli. Ma insomma! Non stiamo mica parlando della confessione di un pentito di mafia! Me lo spiegate di quale privacy ci stiamo preoccupando?

Per chi non lo avesse ancora inteso, mi sto riferendo all’ultima puntata di V-ictory, programma di La7 che la gente ha iniziato vagamente ad avere a mente da quando, nella puntata della settimana scorsa, è stata mandata in onda l’intervista fatta ad un anonimo giocatore di serie C che ha deciso di affrontare la crisi della terza settimana dando il culo ai colleghi più grandi e benestanti: cose a due, a tre, a quattro, al buio, in albergo, negli spogliatoi, in ritiro…
Nella puntata dell’altro ieri, invece, sempre in onore del dio share, si è creduto di poter allungare il brodo rincarando la dose. Ovviamente quando il brodo è già acqua cosa si fa? Non lo sapete? Allora ve lo dico io: si fa cagare! Ed è così che hanno pensato di intrattenere il variegato pubblico di curiosi, di indignati e di pippaioli con un’inutile intervista a questo tizio, presunto scrittore dalla favella non particolarmente erudita, che – in barba a qualsivoglia forma di razionalità – è stato così gentile da voler condividere con il pubblico di cui sopra la sua storia d’amore con un calciatore importante di serie A, apparentemente vittima di un sistema di checche omofobe e represse.

Pochi minuti di intervista, molti dubbi e sospetti.

Prima di tutto mi chiedo cosa abbia indotto questo ragazzo a credere la sua storia interessante al punto da doverla condividere con il mondo. In seconda battuta, mi sembra poco credibile che una persona, presumibilmente innamorata, possa decidere contro i suoi stessi interessi, di mettere in pericolo il futuro professionale del compagno: momento di massimo pathos è stato, senza alcun dubbio, il racconto del goal dedicatogli con tanto di occhiolino annesso e connesso. Ma per piacere! Non sono un habitué degli stadi ma ne so abbastanza per sostenere con un certa sicurezza che è abbastanza difficile che dal centro di un campo di calcio si possa individuare qualcuno negli spalti al punto da indirizzargli un occhiolino.

Insomma, penso che le questioni di principio non si possano affrontare nascosti dietro un cappuccio o con racconti infiocchettati su improbabili approcci in feste vip!
Si vuole parlare di omosessualità nel calcio? Bene, si devono mostrare viso e, possibilmente, un po’ di palle! Credere di condurre una valida opera di sensibilizzazione concedendo spazi di sputtanamento libero mi sembra paraculo e idiota. D’altra parte non ci vuole una puntata di Discovery Channel per capire che il tirare calci ad un pallone non è prova schiacciante di eterosessualità. Chi sostiene una cosa del genere è chiaramente chi non è nelle condizioni culturali di poter parlare d’altro che di calci d’angolo e moviola.
Insomma, da spettatore, invito gli autori di queste trasmissioni a mantenere un certo contegno.


03 dicembre 2008

Chest’ è del 1980!!! Ten’ ottant’ann…

Un po’ di riposo per il povero proprietario di questo blog costretto per giorni e giorni sui libri di diritto civile. Inizio ad intravedere la fine del lungo tunnel universitario e, per la prima volta in tanti anni, penso che potrò godermi un po’ il periodo natalizio senza il peso, materiale e psicologico, di codici, appunti, libri, fotocopie… Dunque avrò del sano tempo da perdere e da dedicare a sollazzi cui normalmente non lascio spazio. La prima cosa che ho fatto in questi giorni d'aria sono è stata l'abbandonarmi tra le braccia di uno scettico parrucchiere che non ha saputo nascondere sdegno e disappunto di fronte al pelo irregolare con cui mi sono presentato: ero diventato un mix tra MacGayver versione sveglia di soprassato nel cuore della notte e Sally Spectra incazzata.

Domenica, invece, sono andato ad un mercato del baratto e dell’usato con lo scopo di acquistare qualche libro un po’ datato. Esperienza abbastanza piacevole se non fosse stato per la sveglia alle 6.00. Non mi svegliavo così presto da circa 4 anni e chi mi conosce sa di che sacrificio si è trattato: sono in grado di studiare fino a notte fonda senza sentire la fatica (ebbene sì, vado a pile) ma la sveglia della mattina è da sempre (e sempre sarà) il mio tallone di Achille. Questo lo dico non solo perché fisicamente non ce la faccio (mi si afflosciano le gambe, mi si chiudono gli occhi, riprendo a dormire anche seduto sul cesso) ma perché vivo il passaggio dal letto alla realtà con una vena di pessimismo e depressione di rara entità. Un po’ come quando i creaturielli vengono sfornati in sala parto: secondo voi perché piangono così intensamente e disperatamente? Perché hanno freddo, perché vengono sradicati da un ambientino protettivo cui, dopotutto, si erano abituati! Ecco, per me le 8-9 ore di sonno sono come 8-9 mesi di gestazione e la sveglia la mattina un cesareo senza anestesia. A ben pensarci, il fatto che sistematicamente le tre sveglie che utilizzo quando so che non c’è nessuno in grado di trascinarmi fuori dal letto passino del tutto inosservate al mio orecchio rappresenta una chiara autodifesa: a nulla serve lo schiamazzo del gallo isterico, la musichetta “arabeggiante” del cordless Aladino e quella che scelgo ogni sera proprio per stimolare l’effetto sorpresa evitando pericolose assuefazioni. Pensate che sono stato addirittura costretto a comprarmi la sveglia di ikea, una quelle sveglie con i campanacci stile “allarme-nella-centrale-dei-pompieri-aiuto-sono-qui-e-mi-brucio”: quella farebbe saltare dal letto chiunque! Il rischio, però, è che l’obiettivo risulti raggiunto solo perché non si ha avuto la possibilità di chiudere occhio per tutta la notte a causa del ticchettio selvaggio delle lancette.

Ma torniamo al mercato. Non sono andato in un mercatino del baratto e dell’usato qualunque, ma proprio in quello più “sfrantummato” che esiste! Quello, tanto per intenderci, in cui comprano quelli che poi vanno a rivendere le stesse cose pulciose al doppio in mercati più dignitosi. Già la location la dice lunga: un vecchio cinodromo abbandonato. Al centro una pozzangherona dalle dimensioni non note ma credo abbastanza profonda da rischiare, a mettere un piede nel punto sbagliato, di sparire negli abissi. Su di un lato degli spalti che gridavano a gran voce “aids”: a sedersi lì dubito, infatti, che ce la si sarebbe potuta cavare con un semplice tetano…
La mentalità degli anziani e sciattissimi venditori è quella, ovviamente, di vendere quanto è più possibile e, soprattutto, in blocco. La contrattazione ha un che di paradossale perché queste persone sono talmente abituate a dibattere sul prezzo che a volte basta un piccolo cenno del capo, quello che involontariamente si fa quando si riflette sull’opportunità dell’acquisto, perché il prezzo vari fino anche alla metà della metà di quello inizialmente proposto: è tutto talmente repentino che si rimane fino all’ultimo nel dubbio che ci si sia comprati cose semplicemente inutili e ingiallite. Il bello di quel mercato è questo: non tutti capiscono il valore delle cose, alcune di quelle persone non fanno altro che sfrattare intere soffitte per pochi euro. Altri, invece, sono dei veri esperti e i classici sistemi con loro non funzionano: mostrare un certo disinteresse, tentare un approccio nel napoletano più stretto che si conosce (il risultato è sempre abbastanza meschino), proporre un prezzo bassissimo in modo da stimolare una controproposta più ragionevole… bhè è solo tempo sprecato perché lì c’è solo da prendere o lasciare.

La cosa che mi ha colpito di più è la quantità di oggetti indiscriminatamente ammucchiati negli scatoloni: vicino al libro c’è la foto, la lettera, la radiolina, la gruccia dell’armadio… Ci si sente un po’ dei clochard abbarbicati al cassonetto della spazzatura: in questi mercati, infatti, non si va per comprare qualcosa in particolare ma per guardarsi in giro e fare un affare o, a seconda dei punti di vista, farlo fare al robivecchi di turno. E così in scatoloni di cartone poggiati alla meglio su un muretto o direttamente per terra sono raccolti i ricordi di intere famiglie. Mi chiedo come sia possibile liberarsi di cose così personali, come mai nessuno ha cura di quelle foto (a volte interi album di nozze), di quei libri, di quelle lettere dei propri avi?
Nel libro che ho acquistato, per esempio, c’era una lettera datata 1918 e scritta in una non meglio precisata “zona di guerra” da un soldato alla sua donna. La speranza di tornare a casa, di sposarsi, il desiderio di carpire quante più informazioni in modo da poter continuare, in un modo o in un altro, a vivere una vita momentaneamente sospesa anche solo attraverso i racconti “di casa”… Chissà se il nostro Pasqualino, che non doveva essere proprio il primo della classe in italiano, alla fine è riuscito a sposare la sua Concetta e chissà se Concetta ha mai più fatto pace con la Maria…