Simbolo incontrastato delle festività natalizie. Arriva l’albero? C’è festa. L’albero viene smantellato? Le feste sono finite.
Normalmente si fa l’otto dicembre ma non è escluso che si possa fare un po’ prima o un po’ dopo. Conosco persone che lo fanno il ventitre. Roba da pazzi, dico io: è come andare ad una festa di compleanno avendo comprato all’ultimo momento il solito libro della cippa da Feltrinelli, possibilmente quaranta secondi prima di dirigerci precipitosamente alle casse. Ecco come il simbolo, disintegrandosi, si trasforma in cliché: così come ti faccio un regalo perché è buona educazione non presentarsi a mani vuote, allo stesso modo faccio l’albero perché è natale e… cazzo, ci vuole un albero!
L’albero di Natale è generalmente finto. E questo non perché siamo tutti degli ambientalisti pronti a morire per proteggere gli abeti del pianeta terra ma, piuttosto, perché chi ha sperimentato (
come me) l’albero di natale brutalmente sradicato dalle madre terra ha trovato oltremodo patetico e triste, il giorno di santo Stefano, constatare di aver un cadavere in decomposizione nel salotto o sobbalzare al rumore delle palline che rovinano al suolo a causa di un ramo rinsecchito che implora di essere rinviato al creatore. Non Ikea stolti!
La cosa più brutta dell’albero è fare l’albero. Non mi tirate fuori la storia dell’allegra famigliola che si raduna intorno al fuoco per attaccare palline e festoncini perché ci credo sinceramente poco. Dalle mie parti è un gran rottura di palle e, generalmente, chi si immola tenta fino all’ultimo un coinvolgimento abbastanza pietoso degli altri insensibili coinquilini in un gioco in cui a soccombere è il più debole. I più risoluti e resistenti cercano, nei giorni caldi subito precedenti, di captare i segni inequivocabili dell’inizio delle operazioni di assemblaggio e decoro così da potersi dissolvere nell’aere senza lasciar traccia. I più banali, invece, denunciano lancinanti mal di pancia o l’esigenza impellente di rinchiudersi in un gabinetto.
In alcuni casi anche i meno pronti finiscono con il prendere contezza del pericolo e, quando ormai avviluppati in un fascio di lucine intermittenti, si divincolano nell’estremo sforzo della disperazione come la gazzella appena graffiata dal leone.
La regola d’oro di chi non fa è quella di lamentarsi, a operazioni concluse, di quanto fatto dagli altri secondo la più normale indole del fuggiasco che, assicurata la ‘pelle’, difficilmente riesce a trattenere la voglia di voltarsi per salutare o mostrare le chiappe a quelli che sono rimasti dietro le sbarre.
Le critiche vanno normalmente dallo sguaiato apprezzamento “Ua che cesso di albero” a tecniche di contestazione pacifica di silenziosa indifferenza passando per forme di pontificazione più tecniche, sicuramente le più fastidiose, del tipo: “Ma la disposizione delle luci non è proprio perfetta”, “Metterei la pigna più piccola più verso l’altro in modo da rispettare le proporzioni” e così via di seguito.
Dopo questa serie di pensieri profondi come il sentimento puro e autentico che alberga in ognuno di noi mentre acquistiamo nei negozi roba inutile strappandola dalle mani di altri accaniti contendenti credendo, purtuttavia, nell’opportunità del nostro agire, passerei a qualcosa di più concluso.
Quest’anno ho deciso che mi butterò alle spalle le falsità e le paraculaggini delle festività natalizie. Prima di tutto cercherò di acquistare regali senza far trapelare troppo il sogno di concludere la faccenda con una serie di istantanei bonifici on line.
In secondo luogo prometto di non andare a messa se non ne avrò voglia. Non c’è niente di più fasullo del buonismo di chi si accalca in chiesa in nome di una religiosità normalmente non praticata con quel classico sguardo dello schiattato in corpo che non vede l’ora di scambiarsi quelle tanto care strette di mano che segnano, salvo sgradite iniziative del prete celebrante, la fine dei giochi.
Diciamoci la verità: si va a messa per consuetudine e trovo questa cosa ributtante. Se difficilmente mi si potrà vedere in chiesa nel corso dell’anno per quale motivo dovrei immolarmi in nome di una convenzione come se si trattasse dell’obolo che si deve pagare per non bruciare tra le lingue di fuoco dell’inferno? Boccheggianti per la quantità di cose non indispensabili di cui ci si è rimpinzati e in piena fase di abbiocco ad un certo punto ci si ricorda, per puro caso, della finalità religiosa di tutto questo gran chiasso. Oddio, qualcuno forse continuerà per sempre a credere che il natale non è altro che una data convenzionale scelta dai negozianti. Come dargli torto.
In ogni caso, non mi presterò a questo sporco gioco! Vedrò di superare lo sdegno di quanto vedranno in me il superficiale consumista peccatore senza scrupoli con lo schifo uguale e contrario che dichiarerò proprio di chi ‘appizza’ il piede in chiesa una volta l’anno.
Buon natale a tutti