22 settembre 2008

No colpa mia.

Ho sempre preferito evitare di raccontarvi le prodezze dello srilankese che viene a fare quelli che a Napoli chiamano i “servizi” perché, checché se ne dica, trovo decisamente snob e borghese parlare dei propri collaboratori domestici.
Alle soglie di un sempre più probabile licenziamento, però, qualche parolina stile conferenza stampa me la concedo, anche perché il personaggio merita.

T. è un ragazzo che, come molti suoi coetanei, è venuto in Italia per lavorare. Come molti suoi coetanei, il suo obiettivo è quello di mettersi da parte quel tanto di soldi che serve per tornare nababbo nel suo Paese, per acquistare un casa e per tirare su una bella famigliola con 150 figli. La permanenza in Italia è insomma concepita come una parentesi, un lasso temporale pressocché indispensabile per realizzare qualcosa di concreto.
La cosa divertente è che T., come molti suoi coetanei venuti in Italia con il medesimo obiettivo, si trova – probabilmente senza saperlo – ad essere pagato non dico come, ma quasi come un promettente cervello neolaureato e non fuggito impiantato su una qualche poltrona universitaria della penisola. Il primo pulisce cessi per contratto, l’altro, se non fosse per il sangue buttato a catinelle sui libri, il pensierino di impugnare la spugnetta e il Viakal, pur di mettersi da parte qualcosa, lo farebbe anche.

T., però, come pochi suoi coetanei che hanno fatto questa scelta temporanea di vita, è assolutamente negato. E per negato non dico che non sa che il rosso, il bianco e il nero non vanno assieme in lavatrice o che il parquet non si lava con il detersivo delle piastrelle del bagno, ma intendo la mancanza di qualsivoglia conoscenza dei nessi di causa-effetto di cui la vita, nolenti o volenti, ci ha reso edotti.

T. fa il sugo con i pomodori pachino per poi buttare i pomodorini nella spazzatura.

- T. , questa pasta è praticamente in bianco!
- Io buttato.
Silenzio
- buttato cosa?
- Pomodonino.
I commensali riprendono a mangiare silenziosamente facendo finta di non aver domandato niente. Troppo difficile sarebbe affrontare la realtà dei fatti.

T. continua a sciacquare lo straccio nel secchio pieno dell’acqua nera venuta fuori dalla pulizia dei balconi.

- T., ma perché non cambi l’acqua?!
Annuisce versando quel lerciume nel lavabo della cucina alla stregua della latrina del peggior bar di Caracas.

T. lava una maglia che mi ritorna inspiegabilmente palandrana taglia xyz per panda in cattività.

- T., cosa è accaduto alla maglia?
- Cosa?
- Cosa-successo-maglia.
- Cosa successo? No colpa mia.
- T. , lunga!
- Lunga?
Chiede inciampando nelle maniche.

T. è insomma l’incarnazione del non saper fare, ma lui non lo riconoscerà mai. È ormai assodato, per esempio, che da quando c’è lui in casa i soprammobili e gli utensili di cucina praticano abitualmente l’harakiri. E così, dopo avermi mostrato i resti decomposti della sua ultima vittima, accompagnata dal consueto “no colpa mia” (ora un piatto stanco di essere punzecchiato, ora un bicchiere tuffatosi nel vuoto, ora un intero quadro caduto inspiegabilmente dalla parete), piuttosto che cacciarlo a calci, mi concedo la terapeutica libertà di domandargli perché mai non abbia scelto di andare a lavorare, che ne so, in una miniera o, piuttosto, a spalare fieno immerso nel letame in qualche campagna sperduta.
Preciso che non sono un negriero - un pepe negriero - con tanto di frusta, intollerante e cattivo. Il punto è che personalmente non mi sognerei mai di fare quello che so di non essere capace di fare: dal medico all’operatore ecologico, dal meccanico al tabaccaio. So di non avere feeling con i motori? Non andrò a lavorare da un meccanico! Mi vengono i conati di vomito a raccogliere cacca di cane in una bustina? Non mi improvviserò dog-sitter. Odio il mondo? Non lavorerò mai in un negozio. E via di seguito.
Lui è invece un tuttologo che tutto sbaglia, e che abbina a questa sua ignoranza senza confini una sfortuna altrettanto infinita, perché tra due opzioni sceglie sempre quella errata.

Se non fosse in Italia da un paio di anni proverei non dico pena, ma una naturale commiserazione per la sua conoscenza dell’italiano, limitata a 4 frasi utilizzate a rotazione:

1. Pulisciamo;
2. Lascia stare;
3. Metti-a-posto.
4. No colpa mia.

Erano quattro e sono rimaste, dopo mesi e mesi di lavoro, sempre quattro. Una volta provai anche a farlo ragionare mentre, parlando tra sé e sé con i vestiti stirati tra le mani, lo sentii, ardimentoso come non mai, bruciare con una sola frase ben due opzioni.

- Lascia stare. Metti a posto.
- Bravo T.! L’unico problema è che nessuno si stava sbracciando desideroso di prestarti soccorso nel tuo delicatissimo compito.
Si dilegua rapidamente.

In compenso è convinto di parlare un inglese perfetto, perché al suo Paese lo ha studiato a scuola. Ma anche qui commette un errore, perché chiaramente non sa di non sapere. Un giorno lo trovai ridacchiare vicino ad un gingillo con la scritta “PEACE”. Abbastanza incuriosito gli domandai cosa lo facesse ridere tanto. Lui mi rispose chiedendomi il significato di quella parola.

- T., la pace!
Silenzio
- Peace in inglese significa ‘Pace’. La guerra, la pace… Sai cosa sono? Carri armati, morte…
Un nuovo silenzio presto rotto dalla classica smorfia di chi ha capito tutto.
- Gesù?
- T., torna a lavorare, te ne prego.

Tendenzialmente dedico alle nostre conversazioni il tempo necessario alla pulizia della mia stanza. Collaboro molto, sì, e lui è molto contento del mio aiuto (in verità – che rimanga tra noi – lo faccio più che altro per mettere in salvo le cose a cui tengo di più.)
Le nostre chiacchiere sono alquanto curiose perché è difficile trovare una persona tanto inconsapevole delle cose della vita. Oggi, a parlare con un bambino di quinta elementare, c’è da prendere appunti: se tutto va bene ti senti vecchissimo, quasi da buttare. Se invece lo prendi di punta, è capace che ti ritrovi su You Tube abbracciato ad un petardo ed esposto al pubblico ludibrio come una qualunque vittima del bullismo.
Con lui, invece, è come parlare con un bambino di cinque anni. Oggi impara che l’autore di quel quadro della mia stanza che per una qualche ragione ritiene mio buon amico e che proprio non gli piace (“questo schipo, amico tuo”) non è “Complesso del Vittoriano” ma “Toulouse-Lautrec”, domani che quella faccia rossa con i capelli verdi non è “Donna moderna” (intendeva il giornale? Mistero!), ma la Marilyn Monroe di Warhol. Dopodomani – chissà – che non si infilano le dita nelle prese di corrente e che il fuoco non si tocca con le mani…

Devo dire però che, pur dedicandomi con tanta devozione a questo rapporto di amicizia interculturale, non è nato un grande feeling: le nostre dotte conversazioni finiscono perlopiù con parole bisbigliate nella sua lingua, di cui ovviamente non colgo il senso, e che lui si rifiuta di tradurmi. Mi piace pensare si tratti di un modo come un altro per esprimermi la sua gratitudine.

20 commenti:

cherryd ha detto...

Dovremmo organizzare un incontro tra T. e Vigessiri(dgbc), possibilmente a una cena di mia madre. Che sia la volta buona che ce la togliamo davanti in preda a un esaurimento nervoso. Com'è che non ci abbiamo mai pensato??

duhangst ha detto...

Io avevo scelto un badante ucraina per mia nonna.. o_O

Andrea ha detto...

Oddio che personaggio di invidiabile caratura. Non c'entra niente ma voglio dirlo lo stesso: un mio amico, in tutta scioltezza e con la massima naturalezza possibile, parla della donna della pulizie usando il termine "la serva".

Alle mie rimostranze sembra puntualmente cadere dalle nuvole, stupito dalle critiche.

"La serva"....bah...

Alberto ha detto...

@cherry: ne può uscire qualcosa di costruttivo in effetti.

@duhangst: depressa immagino. Sono tutte un po' depresse.

@andrea: abbastanza immaturo e fuori luogo. Pepenero dice NO!

cyberarrotino ha detto...

Ma no, porello, mi fa tenerezza, non frustar... ehm, licenziarlo, dai. :D
Post fantastico. :D

Mauro ha detto...

ti ho letto stamattina al lavoro, ridevo, di nascosto per non farmi scoprire.

Alberto ha detto...

@cyberarrotino: ti dico solo che è riuscito a rompere la presa del caricabatterie del computer. Ci vorrebbe un calcio abbastanza forte da spedirlo sulla luna, altroché! Le frustate non me lo leverebbero davanti in certe occasioni!

@mauro: in caso di licenziamento fammi un fischio che te lo mando a perorare la tua causa. "No colpa mia"!

federica ha detto...

Mi accodo ai complimenti: post... da Pepe e lode!

Momina La Pinguina ha detto...

Si sicuramente bisbiglia parole di ringraziamento ... xD
Cmq se mi paghi bene potrei venire a fare anche io da tutto fare eheheh! tanto il lavoro non si trova :P

baci pinguinosi

Cernobil ha detto...

uhahahahha bellissimo post :D

Alberto ha detto...

denghiu... troppo gentili.

flo ha detto...

"Mi piace pensare si tratti di un modo come un altro per esprimermi la sua gratitudine"

A me invece verrebbe da pensare che sia un modo come un altro per lanciarti improperi... vabbè, sono la solita malfidata magari! (Il fatto che non voglia tradurtele mi insospettisce)

Alberto ha detto...

No, in effetti son consapevole che si tratta di "maleparole" (come dicono dalle mie parti). L'ultima volta mi disse che si stava semplicemente lamentando di un certo dolore a una gamba.

alianorah ha detto...

Sembra il filippino parodiato da Mazzocca..."Giuvdì, signo'!"

LAURA ha detto...

Ma esiste davvero un simile personaggio? Cioè....è reale? Se sì, devi mandarlo a Zelig! Che ridere! :D

kit ha detto...

beh.... penso ci possano essere persone con qualche problema d'integrazione, comunicazone e, perchè no, volontà....

luca ha detto...

questo post é scritto non male.

luca ha detto...

io a questo punto proporrei che tu pubblicassi una foto della tua stanza sul blog

Alberto ha detto...

uhmammamia a luca saranno uscite le emorroidi per questo complimento! Cosa c'entra la mia stanza?

Anonimo ha detto...

pensa che invece a casa dei miei c'è una donna italianissima che con oggetti di cucina e di tutta la casa fa molto peggio del tuo T.!
sally

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