Ultim'ora

Le mentos gialle a cosa servono?

A rendere più desiderabili quelle rosa.

Giusto un cenno del capo

per non farti intendere che di quello che hai detto ho percepito solo gridolini e squittii.

Green porno.

Queste pagine sono destinate a risentire degli alterni equilibri che ispirano la mia concezione del dovere e dell’ordine e, dunque, così come gli spazi ‘terreni’ in cui mi muovo passano dall’asettico rigore di una sala operatoria (in cui, tanto per dirne una, le matite sono tutte temperate e appuntite in modo identico) ad uno stato di disordine tale da confondere anche i pensieri, allo stesso modo in questo spazio virtuale si alternano periodi di onnipresenza a periodi di totale latitanza. Storie di ordinario bipolarismo. La verità, però, è che sono sempre qui. Sono come i grandi ricercati della mafia e della camorra: apparentemente lontanissimo ma, alla fine dei giochi, sempre nei dintorni.
Giacché un blog poco aggiornato è come un paio di auricolari che non sono capaci di rimanere all’orecchio per più di trenta secondi, un cornetto con crema buttato in una pattumiera dopo appena due morsi, dei bicchieri di plastica lavati e messi a scolare – forme di autocoscienza della caducità del genere umano – faccio precedere qualunque altra dichiarazione da un invito, rivolto a tutti i lettori che non posseggono un blog ma che sono solleticati dalla voglia di condividere qualche pensiero con il mondo a desistere dall’impresa se non sono del tutto convinti di avere tempo adeguato da dedicarvi. Sebbene questa creaturina elettronica non abbia quattro zampe ma, soprattutto, non caghi a dispetto sul tappeto nel caso in cui ci si dimentichi delle sue esigenze, vi assicuro che il tempo che richiede può essere comunque troppo! Tra l’altro – e per inciso – dovete sapere che la maggior parte dei lettori arriveranno sul vostro blog non per aver fiutato la vostra capacità di scrivere ma, più probabilmente, per quel paio di esclamazioni del tipo «ma che cazzo!» oppure «mi stai sul culo» che mamma google, bontà sua, ha l’abitudine di indicizzare al di fuori del contesto senza tenere conto del fatto che il loro scopo non è mai stato quello di offrire intrattenimento sessuale a qualche orrendo nerd in cerca di ispirazione ma, molto più semplicemente, di manifestare un incontenibile disappunto nei confronti, faccio un esempio a caso, della portiera e di tutta la sua stirpe.
Un paio di sere fa, proprio mentre la mia mente elaborava simili pensieri, ho avuto modo di rendermi conto, guardando l’intervista ad Isabella Rossellini, dei rischi di questo utilizzo ‘goliardico’ della rete che, di fatto, ci rende pubblico vulnerabile e alla mercè di creazioni misteriose come i green porno. Sono dell’avviso che certe forme di estro creativo siano in realtà il frutto di menti sadiche che, ottenebrate da droghe potentissime, si pongono come obiettivo non solo quello di abbeverare lo stolto pubblico di minchiate cosmiche ma, soprattutto, di individuare il modo più sottile e subdolo per far passare oscenità come ammucchiate di pupazzi di cartapesta che si ingroppano goffamente in una forma di arte sublime.
Trovo il tutto pervaso da quel sottile senso di cattivo gusto che trova il suo unico precedente più drammatico in quei cartoni educativi sulla riproduzione sessuale interpretati da orsetti muniti di appena abbozzati peni e vagine che andavano tanto di moda una decina di anni fa. Non che mi sarebbe piaciuto vedere l’orsetto con un pene eretto di quaranta centimetri condurre l’orsetta maggiorata nel loro giaciglio color pastello, sia chiaro, il punto è che quest’uso politicamente corretto del sesso lo trovo inutile e mortificante: i giovani hanno strumenti adeguati per fare a meno di simili violenze visive frutto di menti perverse capaci di concepire tra le gambe di teneri orsetti apparati genitali umani con la pretesa, semmai, di insegnare qualcosa! Ma della distorsione logica gli autori dell’opera dovevano avere avuto almeno il sentore, dato che sull’indimenticabile copertina (che purtroppo non sono stato in grado di ritrovare su internet) avevano sbattuto questi due orsetti sconvolti che, con braccia penzoloni, si guardano in mezzo alle gambe con uno sguardo tra il disorientato e il dubbioso.
Ma la cosa più grave è che questi documentari sono alla base di quei processi mentali un po’ perversi che inducono i genitori a maturare il dovere morale di imbarcarsi nell’impresa di spiegare il sesso ai propri figli. Chi ci è passato sa che le conseguenze di simili ‘pensate’, per lo più disastrose, vanno normalmente ad arricchire la serie di episodi improbabili che ciascun adolescente annoterà nel listone immaginario delle cose da non fare mai con la propria discendenza e sempre che l’evento non sia stato talmente traumatizzante da fargli preferire la strada della vasectomia o della chiusure d’ufficio delle tube.

Una colazione qualunque.

È quando mi rendo conto che qualcuno ha finito la nutella senza dire niente che capisco che potrei essere in grado di uccidere.

Non è come nel mulino bianco: da queste parti, a colazione, ci si odia. Punto.

Una mattina.

Gli occhi si schiudono appena. I consueti suoni sordi e morbidi sono tornati a disturbare il torpore e a rinnovare la gravità del peggior sopruso. Quanto è ingiusto dover assistere, privi di coscienza, allo spettacolo indecoroso dei sogni che si dissolvono, quanto incredibilmente faticoso il cercare di afferrarli per le gambe mentre loro si confondono con le cose della vita, maledettamente vera. E fredda.

Natale ex post. L'albero.

Normalmente si fa l’otto dicembre ma non è escluso che si possa fare un po’ prima o un po’ dopo. Conosco persone che lo fanno il ventitre. Roba da pazzi: è come quando ci si scaraventa nella prima Feltrinelli disponibile per fare incetta di quei terribili libri-calendari con foto di pulcini e gattini appena nati (per non parlare di quegli orrendi bambini paffuti e rubicondi!): nessuno avrebbe mai il coraggio di dire qualcosa di male di un libro del genere – sono libri infidi e bastardi proprio per questo – ma, diciamocelo, è la più palese manifestazione di noncuranza e molesta imposizione di un proprio (dubbio) gusto! Tutte queste parole per dire che ho sempre ritenuto l’albero di natale “messo su” qualche attimo prima della vigilia il frutto di una diligenza un po’ perversa alla stregua di un libro comprato ‘a cazzo’ qualche attimo prima di regalarlo in nome di quella creanza molto borghese che ci fa credere più discutibile il presentarsi a mani vuote che il presentarsi con un simile dono.
L’albero di Natale è generalmente finto. E questo non per quel misterioso rigurgito di sottomesso rispetto che sale a galla nel periodo natalizio ma, piuttosto, perché chi ha sperimentato (come me) l’albero brutalmente sradicato dalle madre terra ha trovato oltremodo patetico e triste, il giorno di santo Stefano, vedere tenebrosamente reificato in un simbolo rinsecchito quel senso di terribile inappropriatezza che con fatica i più cercano di tenere nascosto.
La cosa più brutta dell’albero è fare l’albero. Dalle mie parti, per lo meno, è una gran rottura di coglioni che porta da sempre con se imbarazzanti tentativi di coinvolgimento in un gioco in cui a soccombere è il più debole: i più risoluti e resistenti cercano, nei giorni subito precedenti, di captare i segni inconfondibili dell’inizio delle operazioni di assemblaggio e decoro al solo fine di volatilizzarsi senza destare troppi sospetti. I più banali, invece, aspettano che le attività abbiano inizio per denunciare lancinanti mal di pancia o l’esigenza impellente di rinchiudersi in un gabinetto. Ma anche coloro che per tradizione non dimostrano una particolare prontezza riescono spesso a farla franca dimostrando una creatività sfrontata: « facciamo un mucchietto di palline ai piedi dell’albero! » oppure « lanciamo le palline verso l’albero e facciamo fare al caso ».
Lo devo dire: l’albero di natale che troneggia nella stanza accanto mi suscita un senso di fastidioso tedio. L’albero – simbolo incontrastato delle festività natalizie – quest’anno non è stato altro che un inutile orpello: se non fosse stato per il mio irrimediabile senso del dovere giuro che lo avrei già smontato da un pezzo.

Chi scrive il secondo dell'anno scrive tutto l'anno.

Vorrei evitare di soffocare nei dolci dell’epifania i buoni propositi con cui do tradizionalmente inizio al nuovo anno. Per una questione scaramantica (ma anche per la consapevolezza del disinteresse della collettività) manterrò uno stretto riserbo sulle questioni personali limitando le rivelazioni ad inutili cosette da blog. Infatti, per quanto riguarda questo spazio, cercherò di essere un po’ più metodico negli aggiornamenti, sintetico negli interventi, severo nelle public relations. Vi rivelo una cosa: su dieci blog che ho seguito in passato, al massimo due hanno destato in me un tiepido coinvolgimento, gli altri li ho sempre considerati inutile spreco di spazio. Ne va da se che i commenti che io stesso ho fatto ma che più spesso ho ricevuto sono da annoverare nel ‘tempo gettato al vento’: dichiarazioni inutili e di circostanza manco fossimo signore in una sala da the. I commenti, dunque, saranno spesso chiusi ma sappiate che sarò ben contento di ricevere, come ho sempre fatto, le vostre mail: vi basterà cliccare sulla voce ‘scrivimi’ nel menù in cima alla pagina.
Ah, auguri.

Una foto.


Ho trovato una foto in un libro comprato per caso: è un ragazzino impettito con una divisa militare.
Un viso ripulito per un’importante occasione. Aristocrazia fasulla in cui rimbomba un tragico destino.
Non è più che un foglio macchiato da un orlo marrone, increspato e irrimediabilmente imperfetto. Porta con sé la colpa della disattenzione, è il sacrificio di una protezione vana. È la nostra meschinità, la piccolezza, l’inutilità.
Questa immagine ha di sicuro avuto un senso prima di impregnarsi dell’odore attraente e insopportabile della muffa e della dimenticanza; avrà incrociato gli occhi di una madre orgogliosa, di una donna innamorata. Questa foto sarà stata oggetto di ammirate attenzioni prima di diventare niente più che un pezzo di carta qualunque tra le mani di uno sconosciuto che ha pensato di buttarla.

Con un souvenir del Duomo??

huhuuhuh



Che dire... we always love you mr. B.

Senza titolo.

Qualcosa di vivo e di antico riempie tutti gli spazi di un senso così gioioso eppure così ineffabile e lontano, da suscitare quasi indifferenza. Che vite incredibilmente comode le nostre, finte ma verosimili come le foglie di una pianta di plastica che al vento sembrano quasi vivere di vita propria. Vorrei credere in loro, davvero, ma il colore è insopportabilmente sbiadito e quei contorni terribilmente sfilacciati.