23 giugno 2010

Waving flag.


Se lassù c’è davvero qualcuno come ho sentito dire, lassù, oltre questa spessa coltre di nuvole grigie, bhè, che si mostri a noi, poveri esseri del sottobosco, che, oltre a sopportare i consueti mali della vita, subiamo da giorni l’emerito coglione che ha deciso, in occasione dei mondiali, di vendere trombette e tricolori.

Se qualcuno lassù davvero esiste, qualunque sia il suo nome e la sua forma, che si mostri a noi sotto forma di saetta, abbastanza potente da annientare la persona e la mercanzia, sufficientemente silenziosa da non arrecare ulteriore molestia.

17 giugno 2010

La ruga del cretino.

Lombroso credeva che la tendenza al crimine fosse il frutto di una devianza talmente radicata nell’individuo da potersi desumere da precise caratteristiche anatomiche. A spulciare qualche immagine su internet ci si può facilmente rendere conto di come il buon Lombroso abbia condotto tutta la sua ricerca sulla considerazione dei criminali quali essere sostanzialmente brutti.

L’idea, teorizzata in seno alla scuola positiva del diritto penale sul finire dell’Ottocento, ha dei precedenti molto risalenti al punto da poterne ritrovare traccia in uno dei capisaldi della letteratura occidentale, l’Iliade, in cui, al fianco di nobili guerrieri dalla bellezza sfrontata, il lettore più attento potrà scorgere la figura di un certo Tersite che accompagnava alla pessima considerazione che la collettività aveva delle sue capacità di guerriero anche una bruttezza ignobile. In epoca medioevale, ancora, v’era l’abitudine, tra due sospettati per il medesimo reato, di attribuire la responsabilità al più deforme.

Oggi probabilmente non avremmo il coraggio di applicare simili meccanismi presuntivi nella aule di un tribunale ma è innegabile come l’aspetto esteriore rappresenti nel nostro intimo una formidabile fonte di conoscenza. Qualche giorno fa, ad esempio, durante una tratta in funicolare, mi è capitato di incrociare lo sguardo di un ragazzo e di aver colto nei suoi occhi, piccoli e vispi, un guizzo di insana follia. Vi assicuro che il mio (pre)giudizio è stato solo in parte alimentato dalla circostanza di averlo incontrato il giorno seguente in palestra intento a dominare, con lo stesso sguardo assassino, un tapis roulant al massimo dell’inclinazione. Nessuno ha detto che per essere sani si debba solo sfiorare la superficie dell’attrezzo con ampie e rapide falcate, questo è vero, ma nessuno mi leva dalla mente l’immagine di questo ragazzo davanti ad un cadavere dilaniato da colpi di piccone …su un ripido sentiero di montagna.

Si badi, il mio discrimine non è la bellezza o la bruttezza in sé e per sé considerate. Almeno nelle intenzioni, questo mio scritto non vuole minimamente scimmiottare quei trafiletti terrificanti da rivista femminile di quart’ordine: qui non si parla di bisturi facile o dell’effetto devastante dei media sulla considerazione del proprio essere quanto, piuttosto, di quella conversazione silenziosa che il nostro corpo, contenitore attraversato dal tempo, è capace di intrattenere con gli sguardi più attenti.

Insomma, mi percepisco improvvisamente sensibile a queste forme di esteriorità: un trucco troppo marcato mi fa capire che ho di fronte una persona che ha dei dubbi sul proprio conto; un eccessivo controllo della propria persona con una spiccata tendenza a mettere in evidenza determinati profili del proprio carattere o del proprio corpo, mi induce inevitabilmente a cercare di cogliere quegli aspetti che la persona che ho di fronte sta tentando di nascondere; chi ha il viso segnato dall’acne giovanile so già che avrà passato un’adolescenza di grande sofferenza; chi adora farsi le lampade state sicuri che sarà un vanesio a favore della chirurgia estetica e con un profilo facebook stracolmo di fotografie. Ma la tecnica deve essere ancora affinata: la mia analisi, infatti, ancora vacilla quando mi trovo di fronte a chi ha il vezzo di tenere le labbra a cuoricino, sia esso uomo o donna, oppure a creare un contatto fisico con il proprio interlocutore.

02 giugno 2010

Tendenze.

Ebbene sì. Dicono che l’uomo primavera/estate per essere veramente di moda non dovrà portare le calze. Qualcuno faccia qualcosa.

20 aprile 2010

Oltraggio all'umile desco.

Le PENNETTE RIGATE N. 72 della Barilla con la loro inutile dimensione hanno appena funestato il modesto pasto del sottoscritto.

Che siano ritirate dal commercio quanto prima!

15 aprile 2010

Che qualcuno abbia pietà del mio semestre.

Coloro che hanno avuto la sventura di incontrarmi in questi giorni sanno quanto la mia persona sia uscita particolarmente devastata, fisicamente e psichicamente, dalla chiusura (formale e non sostanziale) di questo secondo semestre di pratica forense. Pratica per un non pratico completamente disinteressato alla professione di avvocato.
Inizio a pensare che questa strana abitudine di colmarsi le giornate di impegni pseudo-professionali che richiedono una perniciosa attività di registrazione della propria presenza fisica in dati luoghi della città, oltre che rappresentare l’infame balzello imposto dalla crisi del mondo del lavoro, sia fondamentalmente il frutto del sadismo diabolico di chi si vuole sabotare.

25 marzo 2010

Da quando vivo solo...

non ho più il piacere di indossare calzini della stessa tonalità.

E' un dato di fatto.

19 febbraio 2010

Le mentos gialle a cosa servono?

A rendere più desiderabili quelle rosa.

15 febbraio 2010

Giusto un cenno del capo

per non farti intendere che di quello che hai detto ho percepito solo gridolini e squittii.

04 febbraio 2010

Green porno.

Queste pagine sono destinate a risentire degli alterni equilibri che ispirano la mia concezione del dovere e dell’ordine e, dunque, così come gli spazi ‘terreni’ in cui mi muovo passano dall’asettico rigore di una sala operatoria (in cui, tanto per dirne una, le matite sono tutte temperate e appuntite in modo identico) ad uno stato di disordine tale da confondere anche i pensieri, allo stesso modo in questo spazio virtuale si alternano periodi di onnipresenza a periodi di totale latitanza. Storie di ordinario bipolarismo. La verità, però, è che sono sempre qui. Sono come i grandi ricercati della mafia e della camorra: apparentemente lontanissimo ma, alla fine dei giochi, sempre nei dintorni.
Giacché un blog poco aggiornato è come un paio di auricolari che non sono capaci di rimanere all’orecchio per più di trenta secondi, un cornetto con crema buttato in una pattumiera dopo appena due morsi, dei bicchieri di plastica lavati e messi a scolare – forme di autocoscienza della caducità del genere umano – faccio precedere qualunque altra dichiarazione da un invito, rivolto a tutti i lettori che non posseggono un blog ma che sono solleticati dalla voglia di condividere qualche pensiero con il mondo a desistere dall’impresa se non sono del tutto convinti di avere tempo adeguato da dedicarvi. Sebbene questa creaturina elettronica non abbia quattro zampe ma, soprattutto, non caghi a dispetto sul tappeto nel caso in cui ci si dimentichi delle sue esigenze, vi assicuro che il tempo che richiede può essere comunque troppo! Tra l’altro – e per inciso – dovete sapere che la maggior parte dei lettori arriveranno sul vostro blog non per aver fiutato la vostra capacità di scrivere ma, più probabilmente, per quel paio di esclamazioni del tipo «ma che cazzo!» oppure «mi stai sul culo» che mamma google, bontà sua, ha l’abitudine di indicizzare al di fuori del contesto senza tenere conto del fatto che il loro scopo non è mai stato quello di offrire intrattenimento sessuale a qualche orrendo nerd in cerca di ispirazione ma, molto più semplicemente, di manifestare un incontenibile disappunto nei confronti, faccio un esempio a caso, della portiera e di tutta la sua stirpe.
Un paio di sere fa, proprio mentre la mia mente elaborava simili pensieri, ho avuto modo di rendermi conto, guardando l’intervista ad Isabella Rossellini, dei rischi di questo utilizzo ‘goliardico’ della rete che, di fatto, ci rende pubblico vulnerabile e alla mercè di creazioni misteriose come i green porno. Sono dell’avviso che certe forme di estro creativo siano in realtà il frutto di menti sadiche che, ottenebrate da droghe potentissime, si pongono come obiettivo non solo quello di abbeverare lo stolto pubblico di minchiate cosmiche ma, soprattutto, di individuare il modo più sottile e subdolo per far passare oscenità come ammucchiate di pupazzi di cartapesta che si ingroppano goffamente in una forma di arte sublime.
Trovo il tutto pervaso da quel sottile senso di cattivo gusto che trova il suo unico precedente più drammatico in quei cartoni educativi sulla riproduzione sessuale interpretati da orsetti muniti di appena abbozzati peni e vagine che andavano tanto di moda una decina di anni fa. Non che mi sarebbe piaciuto vedere l’orsetto con un pene eretto di quaranta centimetri condurre l’orsetta maggiorata nel loro giaciglio color pastello, sia chiaro, il punto è che quest’uso politicamente corretto del sesso lo trovo inutile e mortificante: i giovani hanno strumenti adeguati per fare a meno di simili violenze visive frutto di menti perverse capaci di concepire tra le gambe di teneri orsetti apparati genitali umani con la pretesa, semmai, di insegnare qualcosa! Ma della distorsione logica gli autori dell’opera dovevano avere avuto almeno il sentore, dato che sull’indimenticabile copertina (che purtroppo non sono stato in grado di ritrovare su internet) avevano sbattuto questi due orsetti sconvolti che, con braccia penzoloni, si guardano in mezzo alle gambe con uno sguardo tra il disorientato e il dubbioso.
Ma la cosa più grave è che questi documentari sono alla base di quei processi mentali un po’ perversi che inducono i genitori a maturare il dovere morale di imbarcarsi nell’impresa di spiegare il sesso ai propri figli. Chi ci è passato sa che le conseguenze di simili ‘pensate’, per lo più disastrose, vanno normalmente ad arricchire la serie di episodi improbabili che ciascun adolescente annoterà nel listone immaginario delle cose da non fare mai con la propria discendenza e sempre che l’evento non sia stato talmente traumatizzante da fargli preferire la strada della vasectomia o della chiusure d’ufficio delle tube.

19 gennaio 2010

Una colazione qualunque.

È quando mi rendo conto che qualcuno ha finito la nutella senza dire niente che capisco che potrei essere in grado di uccidere.

Non è come nel mulino bianco: da queste parti, a colazione, ci si odia. Punto.