Il 21 e il 22 giugno andremo a votare per il referendum elettorale. La data estiva, voluta fortemente dalla Lega, che non ha accettato di abbinare – come ben si sarebbe potuto fare – i quesiti referendari alla tornata elettorale del 6 e 7 giugno, ha il solo scopo di scoraggiare gli italiani dall’esercizio del proprio diritto di voto, così da preservare la fortunata alleanza con il “Popolo della Libertà” che ha permesso al Carroccio di perseguire quel disegno antirepubblicano cui si è sempre ispirato.
L’aspetto assolutamente paradossale della vicenda è che i problemi ‘esistenziali’ di un partito esplicitamente concentrato su se stesso qual è la Lega sono stati estesi al Paese intero: la scelta della data indipendente, infatti, oltre a costringere gli Italiani a recarsi una seconda volta alle urne costringe tutti noi, fatto ancor più grave, a sostenere, nuovamente e a così breve distanza di tempo, le spese necessarie alle votazioni. Sicché i milioni di euro che di fatto noi contribuenti sborseremo sono stati giustamente considerati una vera e propria tassa (la Bossi-Tax) che un partito rappresentativo di una esigua parte del nostro Paese ha deciso, per una questione ancora una volta ‘personale’, di far pagare a tutti. Evidentemente, quando si tratta di pagare non c’è Meridione, Centro o Settentrione che tenga.
Perché questo referendum? Su cosa sono chiamati ad esprimersi gli italiani?
Per capire i motivi di questo referendum bisogna avere ben chiaro in cosa consiste il sistema proporzionale e in cosa il c.d. premio di maggioranza. Senza dilungarsi su questioni teoriche particolarmente complesse basti sapere che il sistema elettorale italiano è un sistema proporzionale il cui scopo è (per semplificare al massimo) quello di tradurre in seggi i voti espressi alle elezioni, secondo la regola generale che a ciascun partito debba spettare un numero di seggi corrispondente al numero di voti ottenuto. Lo scopo è quello di far sì che il gruppo di rappresentanti (in Italia parlamentari e senatori) sia un’esatta fotografia della concreta realtà politica espressa dai voti della popolazione, con la garanzia che anche il cittadino sostenitore di un piccolo partito abbia chi lo rappresenta.
L’inconveniente maggiore provocato dal sistema proporzionale è quello di creare instabilità governativa sia perché, garantendo i partiti minori, si consegna loro la possibilità di condizionare i governi in misura ben maggiore del proprio reale peso elettorale, sia perché, a causa dell’alta frammentazione, le maggioranze sono spesso assai risicate ed esposte a continue ‘imboscate’ da parte dell’opposizione. Per tale ragione sono stati introdotti dei correttivi volti a limitare i difetti connaturali al sistema proporzionale, quali la clausola di sbarramento, in base alla quale al di sotto di una certa percentuale di voti il partito non ha diritto ad occupare alcun seggio, e il c.d. premio di maggioranza (o bonus), consistente in una quota variabile di seggi aggiuntivi assegnati 'alla lista' o alla 'coalizione di liste' risultanti prime classificate alle elezioni, qualora non abbiano già raggiunto il massimo livello percentuale consentito.
Secondo l’attuale legge elettorale di Camera e Senato (così come introdotta con la legge n. 270 del 2005), a beneficiarie del premio di maggioranza possono essere alternativamente “liste” o “coalizioni di liste”. I quesiti I e II del referendum sono volti a cancellare la parte della norma che permette anche alle coalizioni di partiti di beneficiare del premio di maggioranza.
Perché si è proposto di impedire che del premio di maggioranza si possa avvantaggiare anche la coalizione? Concretamente cosa succederebbe se vincesse il ‘sì’?
Il premio a favore non solo della lista ma anche della coalizione ha significato, guardando alle recenti elezioni politiche, che il premio ottenuto dal Popolo delle libertà, partito più votato dagli Italiani, si è esteso anche alla lista collegata della Lega, facendo sì che a beneficiare del premio sia stato non solo il partito effettivamente più votato (il Pdl), ma anche un partito, qual è la Lega, che per voti è stato ben lontano dall’avere diritto al bonus di seggi!
Il I quesito e il II quesito, rispettivamente per Camera e Senato, si propongono di abrogare quella parte della legge che permette il collegamento tra liste. In caso di esito positivo (maggioranza di sì) la conseguenza sarebbe che a presentarsi alle lezioni potranno essere solo singole liste e il premio di maggioranza verrebbe attribuito solo alla lista singola (e non più alla coalizione) che abbia ottenuto il maggior numero di voti.
Verrebbero inoltre innalzate le soglie di sbarramento al 4% per l’accesso alla Camera e all’8% per essere rappresentati in Senato.
Presentandosi alle elezioni solo singole liste (solo il Pd, solo il Pdl, solo la Lega, solo l’Idv…) appare evidente che per il conseguimento del premio di maggioranza non risulteranno più indispensabili le improbabili coalizioni cui abbiamo assistito negli ultimi anni o, comunque, si renderà necessaria la formazione di liste unitarie con identità di programmi, di leader etc…
I sostenitori del no cosa dicono?
I sostenitori del ‘no’ ritengono che questa tendenza al bipartitismo rischia di tradursi in una lesione del pluralismo politico senza considerare, però, che il pluralismo di un sistema composto da molteplici partiti, oltre che produrre instabilità, è già morto e sepolto da tempo! Dati alla mano, i piccoli partiti delle recentissime elezioni europee, eccezion fatta per quelli di protesta come Lega e Idv, hanno ottenuto pochissimo riscontro.
Tutto questo senza considerare il fatto che costringere il grande partito ad un’alleanza al solo fine di conquistare il bonus di seggi significa, di fatto, subordinare il grande partito ai capricci del piccolo partito collegato, con la differenza che il grande è per voti molto più rappresentativo del piccolo!
Perché alcuni movimenti politici (tra cui la Lega) chiedono agli italiani di non votare?
La Lega, ovviamente, spinge all’astensionismo, puntando al mancato raggiungimento del quorum: se la legge cambiasse, infatti, il suo ruolo di indispensabile alleato per la ‘tenuta’ del governo verrebbe meno, e con esso la possibilità di tenere sotto scacco una maggioranza che, proprio perché spaventata dalla continua minaccia di crisi, sta assecondando senza troppe resistenze i noti programmi reazionari, antirepubblicani e xenofobi.
La modifica dell’attuale legge elettorale, infatti, finirebbe anzitutto con l’escludere la possibilità, per un partito rappresentativo di un’esigua percentuale della popolazione nazionale, di godere di riflesso dei benefici riconosciutigli dall’attuale legge elettorale in virtù di un mero collegamento di liste; ma, soprattutto, gli impedirebbe di esercitare, come avviene oggi, un potere di rappresentanza politica che non corrisponde minimamente al peso elettorale del partito!
Appare quindi evidente lo stato di tensione che si è creato in seno alla Lega e che ha indotto il suo leader, per l’ennesima volta, ad estorcere un accordo a Berlusconi, inizialmente favorevole al voto. Roberto Calderoli, ministro per la Semplificazione normativa, ha addirittura espresso il timore che il referendum possa far scivolare verso la « tirannide ». Per tranquillizzare Calderoli basterebbe fargli osservare che, con il nuovo sistema, gli elettori si concentreranno (come di fatto già avviene) sui grandi partiti, con la conseguenza che il primo partito sarà quello con una percentuale di voti particolarmente elevata. In ogni caso, cambiare l’attuale legge elettorale – definita dal suo stesso creatore (Calderoli appunto) “una porcata” – permetterà di evitare, come avvenuto grazie all’ attuale normativa, che un partito attualmente rappresentativo del 10% della popolazione (dati delle recenti elezioni europee) possa tenere sotto scacco il restante 90% che non lo ha votato!
Se c’è una cosa realmente antidemocratica nel nostro Paese, questa è la pretesa della Lega, di esercitare un potere di veto con cui la maggioranza di governo è continuamente ricattata, sì da esercitare un ampio potere di rappresentanza dall’alto della sua piccola fetta di elettori nascondendosi, tuttavia, dietro poteri istituzionali che dovrebbero, per loro natura, rappresentare tutti!
In tal senso credo meriti pochissime parole e molto sdegno lo sfruttamento delle posizioni istituzionali occupate dai dirigenti della Lega (a partire dal ministro dell’Interno) per boicottare e sabotare un istituto democratico qual è il referendum.
E il terzo quesito?
Il terzo quesito, svincolato dai primi due, mira ad impedire una brutta abitudine particolarmente abusata: quella di singoli soggetti, solitamente i leader di partito, di presentarsi fittiziamente in più circoscrizioni per far letteralmente man bassa di voti.
Con la vittoria dei sì verrà assestato un duro colpo alla nomina dei parlamentari da parte delle Segreterie di partito, che decidono chi debba andare al Parlamento sia prima delle elezioni, sia (grazie alla candidature multiple) all’indomani del voto.
In conclusione…
Questo referendum non ha colore politico, non è né di destra è né di sinistra: sebbene non si possa negare la ricaduta sul sistema, al contempo non si può che ritenere tale passaggio una mera formalizzazione di uno stato di fatto della vita politica di questo Paese che, piaccia o no, è ormai è ben cristallizzato da tempo.
Queste pagine, scritte da chi sostiene le ragioni dei promotori, non hanno lo scopo di indurre chi ha avuto la pazienza di leggerle a votare ‘sì’ ma solo quello di offrire un qualche spunto per andare al voto con una maggiore consapevolezza. In televisione, per le ragioni sopra esposte, non si è parlato di referendum e, al di là dei doverosi spot a spiegazione delle modalità di voto, è come se nulla dovesse accadere.
Internet in più di un’occasione si è dimostrato un mezzo potente di comunicazione in grado di travalicare i confini della censura permettendo a parte della popolazione di sopravvivere alla tattica della ‘volontaria’ dimenticanza che oggi contraddistingue il sistema di informazione in Italia. Per il momento ci è ancora permesso comunicare attraverso mail, blog, social network… approfittiamone.
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