Michel de Montaigne

È come una gabbia: si vede che gli uccelli all'esterno cercano disperatamente di entrare, e che altrettanto disperatamente quelli all'interno cercano di uscire.

La posta dell'offeso.

Cercherò di sintetizzare le molte prevedibili domande del tipo «chi è l’offeso?» «perché offeso?» «chi se ne fotte?» dicendo solo che il titolo è da ricondurre alla decisione di rispondere pubblicamente e senza troppi peli sulla lingua alle mail più bizzarre che inspiegabilmente mi capita di ricevere da qualche anno a questa parte e, in generale, di organizzare (anche grazie al vostro aiuto) una raccolta dei quesiti più interessanti scovati in rete.
L’offeso, si sa, è soggetto particolarmente disposto a rispondere sinceramente e non perché sia incapace di mentire, si badi: in realtà è tutta una questione di scazzo. Prima di aprire la mail-box cercherò, quindi, di pensare a tutti i drammi della mia esistenza (e del mondo in generale) così da rendere l’approccio ai quesiti quanto più sgradevole sarà possibile.

Caro offeso,
negli ultimi tempi riesco a stento a trattenere il nervosismo. Me ne esco spesso con gesti strani e scatti di ira improvvisi: l’altra sera, ad esempio, ho provato l’impulso di far del male al mio coinquilino con un ombrello e per evitare di commettere un reato mi sono limitato a buttargli una giacca in faccia. Cosa devo fare?

Passaggio obbligato per un’esistenza consapevole è il capire che il pianeta è abitato da almeno un sessanta per cento di gente totalmente folle. Ma, si badi, la follia che affligge il mondo non è quella di chi si lancia da un ponte attaccato ad una corda o quella del buontempone che preme tutti i pulsanti del citofono o, ancora, quella di chi ha il brutto vizio di lanciare profilattici pieni d’acqua dal balcone. Io parlo di quello squilibrio mentale, decisamente meno frizzante, che pervade le menti della giovane e agiata borghesia metropolitana: una upper class che associa ad una scarsezza di problemi ‘materiali’ una problematicità spirituale talmente profonda e radicata da rendere a tratti invidiabile la condizione mentale di un clochard.
Da una simile condizione esistenziale non si esce e questo credo sia meglio saperlo prima di scoprirlo. Ma se è vero che di questa follia non si muore è anche vero che da questa follia bisogna guardarsi bene perché le strade sono due e solamente due: o si canalizza questa irrequietezza in un’attività produttiva in grado di diventare brillante sfogo oppure si finisce con l’essere trasportati dal maremoto di una pazzia senza speranza.
Brandire un ombrello a mo di spada e dirigersi con occhi sbarrati verso il coinquilino che probabilmente tenta a sua volta, e non senza difficoltà, di reprimere il proprio stato psicologicamente provato o gettargli una giacca appallottolata sulla faccia per il solo fatto che si sta facendo beatamente i fatti suoi, per esempio, è ciò che io definirei il segno di una follia che è sfuggita decisamente di mano.
Cosa consigliare, dunque, all’amico L. che mi scrive da Napoli e che mi confessa di essere completamente fuori di testa? Il contegno. Più di una vita è stata formalmente salvata dal contegno. Le signorine di altri tempi ingollavano, prima di ogni festicciuola, un paio di uova sode – rigorosamente intere – al solo scopo di poter, davanti ad una lauto pasto, avere la forza mentale di distribuire mossette e inappetenti boccucce a cuoricino e fingere una natura celestiale. Eppure, ora come allora, si sa che non esistono esseri viventi in grado di cagare saponette: siamo tutti, chi più, chi meno, afflitti da un qualche problema inutile e basta semplicemente guardarsi intorno per capire che la maggior parte delle persone riesce a vivere un vita serena, addirittura a sposarsi e a procreare, solo ed elusivamente perché qualcuno, o la vita, gli ha insegnato la segreta arte del contegno.

'Uno straniero che si fida della mia compagnia'

L’assenza da questo spazio non è dipesa tanto dalla mancanza prolungata di una connessione internet nella casa in cui mi sono trasferito né dal tempo richiesto per renderla più confortevole e vicina alla mia idea di abitabilità quanto, piuttosto, dall’esigenza di riflettere sull’opportunità di abbandonare anche questi due o tre vani con affaccio sulla blogosfera che ho iniziato a costruire, pixel dopo pixel, circa cinque anni fa quando, finita la scuola, e pronto ad iniziare l’università rimasi affascinato da questa specie di siti che siti non sono e di cui, ad oggi, non credo di aver colto ancora i tratti distintivi. Qualunque cosa voglia dire la parola ‘blog’ la verità è che non me ne sono ancora del tutto stancato e quindi potete finalmente smettere di svacantare nei vostri gabinetti i secchi stracolmi delle lacrime versate in questi mesi.

Tremate, tremate, le streghe son tornate.

La pita souvlaki di ieri sera mi ha reso un essere inavvicinabile e cattivo.
Al mio passaggio si spengono i sorrisi e si accendono i capelli.

Cazzo, ci sono cascato di nuovo.

Luì Vittòn.

Si sa che la Louis Vuitton quanto a testimonial non bada a spese: scatti d’autore di personaggi più che noti. Ma la crisi (crisi? Quale crisi?) non perdona. Si sa. Per abbattere i costi di produzione proporrei una campagna chip&chic – forse solo chip – che però ha il pregio di scendere in piazza. Se per ipotesi decidessi di farmi un giro nella sede napoletana della griffe francese, infatti, dubito che troverei Sean Connery, Madonna, Uma Thurman, Catherine Deneuve a fare la fila… molto più probabilmente verrei subito dopo il camorrista (e la gentile consorte) della foto.



Incidenti domestici

Che dire, sono stato capace di tagliarmi un dito aprendo un vasetto di yogurt.

Per oggi non aggiungerei altro.

Modernità, progresso, evoluzione tecnologica, ritorno alle origini.

Ovvero, un processo logico adatto a rappresentare il mio difficile rapporto con il ciclomotore. 
Tutto è iniziato quando ho deciso di abbandonare il vecchio e fidato cinquantino per un mezzo nuovo di zecca, ultimo ritrovato in fatto di trasporto su due ruote. L’esigenza di procedere più spedito e il desiderio di diffondere per le vie della città un’immagine di me un po’ meno precaria e sgangherata mi hanno indotto a percorrere, rigorosamente by foot, la strada del più meschino fallimento. Galeotta fu la vanità… e la batteria!
Il principio in base al quale una cosa deve essere sostituta solo quando irrimediabilmente rotta assurge a verità assoluta, a massima di vita, a Verbo inconfutabile e incontestabile della mia esistenza su questo pianeta.
Vi starete chiedendo: perché questo sconosciuto sta scaricando su di noi questa vagonata di drammi? Bhè, una risposta non ve la saprei dare ma il fatto è che ho appena ricevuto la chiamata del meccanico, tale Davide, che con il fare dell’amico fraterno – leggi: una buona dose di molesta confidenza – mi ha appena comunicato che dovrò spendere centottanta euro per riparare l’alimentatore della batteria. Centottanta euro che vengono dopo gli ottanta spesi due mesi fa per cambiare la batteria che vengono dopo quelli spesi nei tre mesi ancora precedenti per la stessa ragione. Avrò pure il diritto di maledire il maledibile, no?
La verità è che il mio meccanico è un autentico lestofante e io fondamentalmente lo odio. Pur di fargli mettere a frutto le sue indiscusse capacità con qualche ‘manovra’ in grado di trasformare il latrocinio in una spesa lontanamente utile, mi vedo puntualmente costretto a fargli da balia durante le operazioni di montaggio/smontaggio e, peggio, ad annuire con un lontanissimo interesse a tutte le sue stronzate. C’è un qualcosa di sadico e perverso in quell’uomo così ignorante eppure così tremendamente egocentrico.
Il vecchio motorino, invece, maltrattato come alla vigilia di Natale può essere maltrattato il vecchio pupazzo di pezza accostato ad un appena scartocciato action man (il più grande degli eroi) non ho mai avuto il coraggio di buttarlo, regalarlo, rottamarlo. Giace nel cortile del palazzo pieno di polvere, senza assicurazione e con un residuo di benzina che si ricorda la scoperta dei primi giacimenti di petrolio. Ebbene, quel catorcio incartapecorito parte al primo tocco. Parte quasi a comando vocale, cazzo. Non c’è dubbio, prima o dopo tornerò da lui.

La ripresa.

La mia agenda è già un concentrato di impegni disattesi e di speranze sfumate.
E dicono che avrò anche Saturno contro.

Un maligno calabrone

/ agitando il pungiglione / senza un valido perché / lui puntava proprio me! / ronza ronza mi minaccia / ahi di pungermi la faccia! / Ma sarebbe un’indecenza / una tale confidenza! / Uh uh uh ma che vuoi / uh uh uh fatti i fatti tuoi. [...]
Ben ritrovati.

Tra i ricordi della fanciullezza occupa un posto di tutto riguardo la malinconica nenia appena citata. La canzone, dedicata al difficile rapporto tra il calabrone e l’essere umano, è tornata alla ribalta da quando mi sono avveduto della carica attrattiva che esercito sulla famiglia dei vespidi: calabroni, api e derivati hanno intristito più di un momento lieto delle mie vacanze.
La storia del maligno calabrone, di autore ignoto, deve essere annoverata nel ciclo della chanson-trista, ovvero quel ciclo di litanie malinconiche nate praticamente dal nulla e al solo scopo di far precipitare bambini e adolescenti nel tunnel di una prematura depressione. Il motivo per cui qualcuno dovrebbe sentire il bisogno di cantare o insegnare ad un proprio figlio la storia di un calabrone particolarmente insolente non l’ho ancora colto, ma credo che le mie difficoltà dipendano dalle profondamente mutate tecniche di educazione dei bambini: ai tempi dei miei genitori i bambini seguivano un percorso di crescita costellato da proibizionismo e senso di colpa che trovava in tristi aneddoti postbellici, struggenti luoghi comuni e drammoni musicali come il maligno calabrone un infallibile lasciapassare che a tratti e indirettamente ci siamo dovuti sorbire anche noi nati negli anni Ottanta.
Destino ben diverso per i nati nel nuovo millennio: anziani nanoformi con cui i genitori ragionano. Eh sì perché dovete sapere che oggi il pacchero non si usa più: si discute, si sviscera, si analizza. Il risultato è la creazione di questi piccoli mostri arroganti che imparano a giocare a burraco prima ancora di capire il funzionamento del vasino, a disquisire di politica nazionale prima ancora di capire che la cicogna, in realtà, è solo una testa di paglia e a preoccuparsi del proprio futuro lavorativo quando il Problema dovrebbe essere quello di riuscire a non fare pipì a letto. Davvero non so che adulti ne verranno fuori. Sia chiaro: non credo di percorrere, insieme a tutti i miei coetanei, la strada della serenità mentale: tra amici e conoscenti ho imparato a capire che almeno due su tre farebbero molto bene a frequentare stabilmente uno psicologo bravo (io sono tra i due ovviamente) ma questo rapporto alla pari con i genitori mi ha sempre insospettito.
Prima o dopo, lo so già, torneremo alle tecniche educative di un tempo, agli schiaffoni, alle cinghiate e a fiabe piacevoli quanto un pugno nello stomaco come quella che segue dei fratelli Grimm.


C’erano una volta due sorelle: una non aveva figli ed era ricca, mentre l'altra aveva cinque figli, era vedova e cosi povera che non aveva neanche il pane per sfamare se stessa e i suoi bambini. Allora, in quegli stenti, andò dalla sorella e disse: 
- Io e i miei bambini patiamo la fame. Tu sei ricca, dammi un po' di pane.

Ma la riccona aveva anche il cuore di pietra e disse:

- Anch'io non ho niente in casa.

E scacciò la povera in malo modo. Dopo un po', rincasò il marito della sorella ricca e voleva tagliarsi un pezzo di pane. Ma non appena vi affondò il coltello, ne uscì sangue vermiglio. A quella vista, la donna inorridì e raccontò quel che era successo. Egli allora corse dalla vedova per darle aiuto, ma entrando nella stanza la trovò che stava pregando: teneva in braccio i due bambini più piccoli, mentre i tre più grandi giacevano a terra morti. Egli le offrì del cibo, ma ella rispose:

- Non abbiamo più bisogno di cibo terreno: Dio ne ha già saziati tre, e presto esaudirà anche le nostre preghiere.

Aveva appena pronunciato queste parole, che i due piccini resero l’ultimo respiro, e subito dopo si spezzò anche il suo cuore ed ella cadde morta.

C'è un posto dove gioca la testa.

Un qualunque psicologo della mutua direbbe che la mia infanzia è stata segnata dall’albero azzurro. E così, mentre i miei compagni si facevano pere di cartoni con robot dai colori orrendi e le mie compagne sobbalzavano piene d’odio ad ogni pallonata che Mila, la giocatrice di pallavolo, prendeva sul muso – cioè ogni quaranta secondi – io rimanevo inebetito davanti a questo bruttissimo calzino svoltato e con gli occhi a palla meglio noto come Dodò.
Il corredino di lavoretti di Dodò e dei suoi amici ha fatto più danni del previsto riservandomi momenti di indimenticabile frustrazione. I buoni propositi e i timidi tentativi di imitazione, infatti, si traducevano inesorabilmente in aborti incompiuti perché è chiaro che un bambino non avrebbe mai potuto avere le capacità delle esperte manine operose degli amici di Dodò!
Il risultato è che ho passato gran parte del mio tempo ad arrancare per la strada della perfezione con risultati modesti e volgari scimmiottature. In preda ad un raptus creativo ricordo che una volta realizzai un alberello di Natale fatto di piatti e bicchieri senza dare troppa importanza al fatto che corresse il mese di luglio. L’arte è arte. Un piatto, un bicchiere, un piatto, un bicchiere… insomma, una cosarella da fare pena anche agli orfani delle favelas. Per le palline ebbi la brillante idea di ritagliare dei post it colorati a forma di cerchio ma l’errore mi attendeva dietro l’angolo e lo commisi con le forbicine che mi si conficcarono letteralmente nella coscia. Ma con il senno di poi dico che me lo sono meritato, questo è il prezzo che ho pagato per aver considerato i continui slogan sull’importanza delle forbici a punta arrotondata dello scatolone fabbricone un eccesso di zelo intollerabile riservato ai più dementi. Tutto il resto, inutile dirlo, fu un fiume di sangue e una ferita stile morso di Dracula che sfoggiai per un po’ di tempo e con un certo orgoglio omettendo – ovviamente – i particolari più desolanti.
Tra le tante creazioni dell’albero azzurro, mi hanno sempre molto affascinato quei bigliettini di auguri che li si apre ed esce l’immagine in rilievo. Il 3D del puvariello insomma. La madre di un mio compagno di classe, altra appassionata dell’albero azzurro, ne realizzò uno spettacolare: un castello con una serie infinita di particolari. Guglie, gargouilles, anfratti di ogni genere e tipo creati da quella benedetta donna schiacciarono irrimediabilmente il mio ego. A confronto la mia creazione era una stamberga abbandonata per puttane e tossicodipendenti all’ultimo stadio.
Mi sembra di capire che l’albero azzurro abbia definitivamente lasciato il posto a programmi più moderni tipo Art Attack in cui si cerca di accattivare il pubblico con lavoretti, se possibile, ancora più complicati. Mamme, chiudete quei televisori prima che sia troppo tardi!